CONSIGLI: MARATONA: Quale allenamento?
Sintesi
dei concetti espressi dal Dottor Arcelli nell’ambito della
conferenza
“Consigli
per correre i 42,195 Km”
Dopo
l’incontro del 18 dicembre 2004 con il Dottor Arcelli, attinente
le attuali concezioni metodologiche di allenamento per la
Maratona, mi pare utile evidenziare alcuni aspetti emersi
dalla sua relazione che potranno eventualmente suggerire una
migliore scelta dei mezzi di preparazione.
Le
tipologie di lavoro più efficaci per migliorare la prestazione
nella Maratona, riguardano le disponibilità energetiche (ossigeno
e substrati energetici), la capacità di utilizzo dell’energia
(costo della corsa, distribuzione dello sforzo) e le capacità
motivazionali. Volendo focalizzare l’attenzione sulle disponibilità
energetiche e sulla capacità di utilizzo dell’energia, escludendo
l’ambito mentale-psicologico dell’allenamento alla Maratona,
possiamo sostenere che per incrementare la velocità di gara
occorre ottenere elevati valori di:
1) Massimo consumo di ossigeno (velocità
aerobica massima)
2) Velocità di soglia anaerobica
3) Velocità di soglia aerobica
1) Il massimo consumo di ossigeno (VO2max)
è la quantità massima di ossigeno che può venire utilizzata
per ogni minuto dal nostro organismo; più ossigeno si riesce
a consumare, più energia si riesce a mettere a disposizione
dei muscoli impegnati nell’attività (circa 80 ml/kg/min. nei
migliori maratoneti).
Questo
importante parametro che possiamo considerare come la “cilindrata”
del nostro motore, dipende da molti fattori più o meno migliorabili;
il fattore maggiormente allenabile risulta essere la “gittata
pulsatoria” che è la quantità di sangue che il cuore pompa
per ogni battito. Il VO2max migliora effettuando attività
che comportino un rapido aumento delle pulsazioni, sino vicino
alla frequenza cardiaca massima del soggetto. Tipico mezzo
di allenamento sono le ripetute brevi in salita (salite “alla
Arcelli”, della durata di 10’’/15’’ su pendenze del 15% -
20%).
Con
la preparazione e in soggetti giovani, il VO2max può migliorare
del 20% - 25% ma va considerato quanto segue:
- il VO2max e le componenti aerobiche
centrali devono venire incrementate solamente quando non è
più possibile ottenere miglioramenti significativi delle componenti
aerobiche periferiche;
- utilizzare i mezzi di allenamento lontano
dalla gara (es. sprint in salita) e solo dopo aver migliorato
le altre caratteristiche;
- il VO2max oltre i 30 anni di età, anche
in soggetti allenati all’endurance, tende fisiologicamente
a diminuire, pertanto è utile valutare l’effettiva utilità,
in soggetti non più giovani, dell’incremento di tale caratteristica.
2) La velocità di soglia anaerobica “è
il più alto valore di intensità alla quale esiste ancora un
equilibrio fra l’acido lattico prodotto e quello smaltito…”
(Arcelli1996); corrisponde, in media, a un valore di 4 millimoli
di lattato per litro di sangue.
Dipende
da molti fattori, il più significativo dei quali risulta essere
il volume e il numero dei mitocondri, le centrali energetiche
che, utilizzando l’ossigeno, permettono la “respirazione cellulare”.
Può
essere mantenuta per alcune decine di minuti e, in soggetti
allenati, corrisponde alla velocità media più elevata che
si esprime nella prova dell’ora; nei migliori maratoneti corrisponde
alla velocità di percorrenza della mezza Maratona (circa 21
Km/h).
E’
significativamente migliorabile (anche di alcuni Km/h) correndo
a velocità vicine alla soglia stessa (uguali, leggermente
sotto, leggermente sopra), e utilizzando mezzi quali le ripetute
medie, della durata di alcuni o vari minuti, o il corto veloce.
3) La velocità di soglia aerobica è più
lenta di quella di soglia anaerobica e corrisponde a una concentrazione
di lattato nel sangue di 2 millimoli per litro. I migliori
maratoneti al mondo hanno una velocità di soglia aerobica
di circa 20 Km/h che mantengono per tutta la durata della
gara, evidenziando una differenza minima, 8’’ al Km circa,
rispetto alla velocità di soglia anaerobica.
Un
obiettivo dell’allenamento, oltre all’innalzamento della velocità
di soglia anaerobica, è quindi quello di ridurre la differenza
tra quest’ultima e la velocità di soglia aerobica; tale differenza
si riduce se:
- l’organismo è capace di smaltire molto
del lattato prodotto nell’unità di tempo (per ogni minuto);
- le fibre muscolari sono in grado di
utilizzare molti grassi nell’unità di tempo.
E’ opportuno soffermarci sulla capacità di smaltimento del
lattato e sulla capacità di utilizzo
dei grassi nell’unità di tempo, in quanto rappresentano i
concetti basilari della metodologia
presentata dal Dottor Arcelli nel corso della conferenza.
IL
QUINTO SERBATOIO
I substrati energetici che ci consentono di produrre ATP (sono
necessari circa 50/70 Kg di
questo nucleotide per disputare una Maratona), vengono stoccati
in diversi “serbatoi” così
suddivisi:
a)
Glicogeno: immagazzinato nei muscoli (1° serbatoio);
b) Glucosio: presente nel sangue e proveniente
dall’assunzione dei pochi carboidrati
che vengono assunti in gara e dal fegato, dove è stoccato
sotto forma di glicogeno
(2° serbatoio);
c) Trigliceridi: stoccati nelle fibre muscolari
sotto forma di goccioline (3° serbatoio);
d) Trigliceridi: stoccati negli adipociti
diffusi nel corpo (4° serbatoio);
L’acido lattico, prodotto anche a bassissime velocità di corsa,
viene immesso nel torrente
circolatorio e trasportato in tutto il corpo; se la velocità
di corsa aumenta, aumenta pure la
produzione di acido lattico ma, entro certi limiti, non la
sua concentrazione nel sangue.
Questo significa che il “lattato” (l’acido lattico, in un
ambiente acquoso come l’interno
della fibra muscolare, si presenta sotto forma dissociata
La- e H+ e risulta corretto definirlo
lattato), ha un interessante destino metabolico:
- una piccola quantità viene eliminata
con il sudore e l’urina (Arcelli, 1995);
- una quantità leggermente superiore viene
convertita in proteine durante la fase di recupero successiva
all’esercizio (Fox e coll., 1995);
- una buona quantità viene riconvertita
in glicogeno sia nel muscolo che nel fegato (Arcelli, 1995;
Fox e coll., 1995);
- una quantità considerevole viene ossidata
in CO2 e H2O e utilizzata ai fini energetici (Buono e coll.,
1984), come combustibile metabolico dal muscolo scheletrico,
dal miocardio (Arcelli, 1995), dal cervello, dal fegato e
dai reni (Arcelli, 1995; Fox e coll., 1995; Buono e coll.,
1984).
L’acido lattico, quindi, non deve essere considerato una scoria
inutile e dannosa; esso viene
“succhiato” dai muscoli, dal fegato, dal cuore, dai reni e
riutilizzato come fonte energetica,
rappresentando così una sorta di 5° serbatoio.
A tal proposito, Brooks (1985) ha descritto “l’effetto shuttle”
del lattato, spiegando la
produzione e la fuoriuscita di quest’ultimo dalle fibre muscolari
come un mezzo di
mobilizzazione e ridistribuzione delle scorte energetiche
(esempio del treno utilizzato dal
Dottor Arcelli durante la conferenza).
Per incrementare l’utilizzo del lattato da parte delle fibre
muscolari è utile adottare mezzi
di allenamento che prevedano tratti di corsa ad intensità
superiore alla soglia anaerobica,
per produrre una sufficiente quantità di lattato, alternati
a tratti di corsa più lenta durante i
quali lo stesso venga metabolizzato; il recupero tra le varie
ripetute deve essere fatto
correndo.
LA
POTENZA LIPIDICA
Per produrre ATP le fibre muscolari utilizzano una miscela
di zuccheri e grassi che è tanto
più sbilanciata verso gli zuccheri quanto più è intensa la
velocità di corsa; a velocità di
corsa basse, più della metà dell’energia deriva dai grassi,
a velocità superiori alla soglia
anaerobica, quasi tutta l’energia deriva dagli zuccheri, al
ritmo gara della Maratona
l’energia derivante dagli zuccheri copre all’incirca dai 2/3
ai 3/4 del fabbisogno totale.
Questo dimostra che, se già dall’inizio della Maratona si
consumano tanti carboidrati, il
glicogeno stoccato nei muscoli e nel fegato si esaurisce rapidamente,
causando dapprima
un rallentamento della velocità di corsa e, successivamente,
una crisi ipoglicemica che
potrebbe obbligare al ritiro.
Per risparmiare zuccheri è dunque importante, a pari velocità,
allenare i muscoli a
consumare più grassi; questa caratteristica, chiamata “potenza
aerobico – lipidica”, risulta
essere la capacità della fibra muscolare di utilizzare una
grande quantità di grassi
nell’unità di tempo (al minuto) ed è migliorabile con l’allenamento.
Gli stimoli allenanti
aumentano i depositi di acidi grassi nelle fibre dopo aver
determinato nelle stesse una
sensibile deplezione; inoltre, favoriscono una migliore mobilizzazione
dei trigliceridi
provenienti dagli adipociti localizzati perifericamente.
I mezzi da utilizzare per aumentare la potenza lipidica sono:
il lungo-lunghissimo ad
andatura non troppo lenta (15% - 20% della velocità di soglia
anaerobica), il medio e il
ritmo Maratona. La potenza lipidica non migliora se la velocità
del lungo o del
lunghissimo è più lenta del 15% del ritmo della Maratona,
avvalorando che le andature
troppo lente risultano scarsamente utili.
Volendo
ora riassumere quale strada seguire per identificare i più
corretti mezzi di allenamento per incrementare i meccanismi
adattivi della potenza aerobico – lipidica, si consiglia di:
i. Aumentare la densità mitocondriale tramite
esercitazioni continue, intermittenti o intervallate ad intensità
vicine o uguali alla velocità di soglia anaerobica (di riferimento)
corrispondente all’80%-90% del VO2max;
ii. Aumentare lo stoccaggio dei trigliceridi
intramuscolari tramite esercitazioni caratterizzate da intensità
leggermente inferiori alla velocità di soglia aerobica (corrispondenti
a circa il 15% - 20% della velocità di riferimento), e dalla
lunga durata (corsa continua lungo – lunghissimo, medio e
ritmo Maratona);
iii. Aumentare la densità capillare, tramite
esercitazioni di corsa continua ad intensità del 70% - 80%
del VO2max e della durata di 30’/70’.
I
MEZZI DI ALLENAMENTO DEL MARATONETA
Come
è stato evidenziato, il maratoneta si deve avvalere di più
mezzi d’allenamento per determinare effetti fisiologici diversificati
e finalizzati all’incremento della prestazione. I principali
sono:
- il lungo-lunghissimo, il medio e il
ritmo Maratona per la potenza lipidica;
- le ripetute medie e il corto veloce
attorno alla soglia, per elevare la velocità di riferimento
(di soglia);
- le ripetute medie con il recupero di
corsa e il corto veloce, per potenziare il “quinto serbatoio”;
- le salite brevi (salite alla “Arcelli”)
per migliorare la gittata sistolica e, quindi, la velocità
aerobica massima (VO2max);
Ricordare
che le salite, qualora se ne riscontrasse la necessità, devono
sempre essere introdotte lontano dalla gara; è utile svolgere
un programma di rafforzamento a corpo libero, unitamente al
lavoro tecnico, al fine di evitare infortuni e migliorare
il rendimento (minore costo energetico della corsa); le ripetute
e il corto-veloce devono essere introdotti vari mesi prima
della gara, aumentandone via via il chilometraggio; il lungo-lunghissimo
e il ritmo gara sono molto importanti e il loro sviluppo dipende
dal passato dell’atleta (da quanto tempo corre).
Per
ulteriori approfondimenti si consiglia la lettura del libro
“La mia Maratona” di Enrico Arcelli e Fulvio Massini - Edizioni
Correre 2003.
Alba,
28/12/04
Luigi
Tapella |